Articoli di filosofia e teologia

Sesbassar
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B_NORM    
view post Posted on 29/12/2011, 14:51 by: SesbassarQuote
Una lamentela che sempre più spesso si sente esprimere (da parte sia di credenti che di non credenti) è che il Natale è ormai una festa puramente consumistica e buonista: "a Natale bisogna essere più buoni", "cosa ti hanno regalato per Natale?" ecc. ecc. Effettivamente queste frasi sono le più gettonate durante il periodo natalizio.
Ma è questo il vero senso del Natale? Vi è qualcosa di più? In che modo riscoprire questo "di più"?

Il Natale è la festa della nascita di Gesù Cristo per i cristiani, ma per gettare una luce più vera su questa nascita può essere il caso di lasciarsi ispirare da due immagini:

foto_chiesa_12

Icona_Nascita+di+Ges%C3%B9_Wikipedia



In queste due immagini è evidente il significato della nascita di Gesù Cristo. Sia nella prima che nella seconda raffigurazione, Gesù bambino è rappresentato come un morto, avvolto nelle fasce come in un sudario, nella seconda sembra persino adagiato su un sarcofago.
"Il Nuovo Testamento nella sua totalità tende alla croce e alla resurrezione (H. U. von Balthasar, Teologia dei tre giorni, Queriniana, 2011, p. 31), e ancora "chi dice incarnazione dice croce" (ibid., 34).
Anche la nascita del Cristo è vista alla luce della morte di croce e della Resurrezione. Il bambino riceve in dono dai magi l'incenso (segno del suo sacerdozio), l'oro (segno della sua regalità) e la mirra, una resina usata per le imbalsamazioni (segno della sua futura morte) (Mt 2,1-11). A ragione Kähler poteva dire che gli evangeli sono "racconti della passione preceduti da un'ampia introduzione".

Se il Natale è compreso seriamente come inizio della tragedia di Dio, della kenosi più totale, in cui è Dio stesso a farsi portatore delle sofferenze dell'umanità, per trasfigurarle nella Sua Resurrezione, allora si può iniziare a pensare ad un Natale non consumistico e tantomeno buonista. Più si separa, invece, la nascita del Cristo dal suo grido dalla Croce, più si ripiomberà nella immagine falsata che oggi si ha del Natale.
Tutta la vita del Cristo è un lento cammino verso la Croce, dove lo aspetta il diavolo, con la sua tentazione più grande: la disobbedienza alla volontà del Padre. Nella croce Cristo risponde da uomo adulto alla tentazione, e sceglie l'obbedienza.
Se festeggiamo la Sua nascita, infatti, è unicamente perché da questa nascita è re-iniziata la storia della salvezza, se festeggiamo il Gesù bambino è solo perché Gesù adulto ha obbedito fino alla morte di croce (Fil 2,8)...

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Comments: 0 | Views: 35Last Post by: Sesbassar (29/12/2011, 14:51)
 

B_NORM    
view post Posted on 25/9/2011, 05:17 by: SesbassarQuote
La teologia del dolore di Dio, di Kazoh Kitamori, è a mio avviso uno degli esempi più fervidi di una speculazione teologica che non è fine a sé stessa, ma che riesce a dire qualcosa sulle nostre vite.
Una teologia capace di rivedere l'evento Gesù Cristo, fondandovi sopra l'intuizione più sottovalutata nel mondo teologico del '900: l'amore di Dio è fondato sul dolore.
Questa intuizione permette diversi rilievi, teologici, etici, escatologici, che Kitamori accenna appena, ma che alla luce della situazione attuale ci permette di dire qualcosa se non di nuovo, almeno con un sostegno diverso e più forte (a mio avviso).

Se l'amore di Dio è fondato sul dolore, allora il dolore stesso perde la sua statura puramente negativa: ciò che non è assunto non è redento, dicevano Origene, Tertulliano e Gregorio di Nazianzio. Dio assume in sé anche il dolore, e lo rende fondativo del suo amore.
Non il dolore fisico però: abbiamo annotato la volta scorsa come la teologia del dolore di Dio non sia un patripassianismo. Il dolore è la caratteristica speculare all'amore infinito e totale di Dio: l'amore che va ogni oltre negatività, oltre ogni peccato, che supera ogni distanza, che riesce a vincere anche la barriera ultima, la morte.
Se questo dolore intimo di Dio è alla radice del suo Amore, in quel dolore anche i nostri dolori vengono trasfigurati, come il suo dolore è trasfigurato nella Croce: il "brutto" del Crocefisso, emaciato, flagellato, insanguinato, che diventa "bello", poichè rivela l'Amore che Dio è.
Ed allora l'etica conseguente è un'etica trasfigurata anch'essa, ove l'uomo-Adamo (l'uomo che rifiuta liberamente il progetto di Dio) e l'uomo-in-Cristo (l'uomo che fa suo il dolore di Dio) differiscono:
dove l'uomo-Adamo vede una "cosa" senza più vita né speranze in stato vegetativo
l'uomo-in-Cristo vede una persona bisognosa di cure, di affetto, di consolazione, di dialogo
dove l'uomo-Adamo vede un'ammasso di cellule
l'uomo-in-Cristo vede una persona che va aiutata a crescere, perché incapace di difendersi da sé
dove l'uomo-Adamo vede un criminale immeritevole di pietà
l'uomo-in-Cristo vede una persona che ha bisogno di una buona parola, del lieto annuncio
dove l'uomo-Adamo vede una ragazza-madre che cresce un figlio senza un padre
l'uomo-in-Cristo vede una Vergine
dove l'uomo-Adamo non vede un futuro
l'uomo-in-Cristo vede l'Amore che è più forte di qualsiasi cosa.

Edited by Sesbassar - 25/9/2011, 10:18
Comments: 0 | Views: 65Last Post by: Sesbassar (25/9/2011, 05:17)
 

B_NORM    
view post Posted on 1/8/2011, 18:44 by: SesbassarQuote
Stimolato da un libro di Kazoh Kitamori (teologo giapponese riformato), pongo alcune riflessioni sui temi che ritengo più caldi e che ho riscontrato finora dalla lettura del suo libro più famoso "Teologia del dolore di Dio".

1) Ira di Dio e Dio che è Amore

Kitamori presenta il dolore di Dio come momento dell'antitesi tra "ira di Dio" e "amore di Dio". Poichè Dio ama il soggetto della Sua giustizia (l'uomo), non porta alle estreme conseguenze la Sua giustizia, ma la compie nell'amore per l'uomo con l'Incarnazione e la redenzione dell'uomo: "Il Dio che deve consegnare il peccatore alla morte combatte con il Dio che ama il peccatore. Il fatto che in entrambi i casi si tratti dello stesso Dio, costituisce appunto il dolore di Dio. Qui in Dio una volontà combatteva l'altra" (K. Kitamori, Teologia del dolore di Dio, Queriniana, Brescia 1975, p. 35), e ancora "Il Signore, che guarisce le nostre ferite inflitteci dall'ira di Dio, prende su di sé queste ferite causate dall'ira di Dio" (loc. cit..).

A tal proposito devo fare alcuni appunti. Io non credo che esista un "ira" di Dio (secondo il significato di "ira" che riscontriamo nei nostri vocabolari). Certamente nell'A.T. si parla di un Dio che si adira con il suo popolo, e che lo condanna a pene più o meno gravi. Ma andrebbe anche esaminato il contesto storico in cui questo popolo accoglieva la Rivelazione progressiva di Dio (che si compirà completamente solo in Cristo). Un popolo che immaginava Dio come un re a capo di una corte (cfr. Gb 1,6), che deve per forza essere giusto nelle sue retribuzioni (e questo assioma della sapienza classica presente in modo massiccio in Proverbi, verrà messo in discussione proprio in Gb e Prv stesso).
Il termine "ira" è un termine poderosamente antropomorfo, che va depurato per coglierne la vera essenza. A mio parere tale essenza viene più propriamente affermata con il termine "giustizia", il quale è meno equivocabile di "ira", e che riconduciamo a un comportamento ammirevole, e non deplorevole.
Il Dio "irato" è il Dio giusto, non un Dio volubile e capriccioso, ma l'esatto contrario.
Secondo appunto: dai rilievi di Kitamori, Dio appare come un'entità schizofrenica. Il Padre appare come un Dio giusto, Cristo come il Dio che ama. Io immagino che Kitamori non intendesse una distinzione così evidente di proprietà. Anche il Dio Padre ama, e anche il Dio Figlio è giusto. La giustizia è un attributo di tutto Dio, Padre, Figlio e Spirito Santo, non solo del Padre. E l'amore è l'essenza di Dio stante la prima lettera di Giovanni (1 Gv 4,16), quindi proprio la substantia che è comune alle tre Persone della SS. Trinità, per definizione...

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Comments: 2 | Views: 91Last Post by: Sesbassar (7/8/2011, 08:36)
 

B_NORM    
view post Posted on 31/1/2011, 21:09 by: SesbassarQuote
Quante volte. Quante volte ci è capitato di discutere con amici (credenti o non credenti) e di cavarne fuori discussioni lunghe, e che magari a volte degenerano pure in una litigata. Forse mille, forse un milione, forse nessuna o forse di più.
Fatto sta che tale situazione è abbastanza generalizzata nella nostra società pluralista: nei talk show (ovvero le riproposizioni televisive delle discussioni più becere delle quali saremmo capaci) gli invitati vengono rigorosamente scelti in base alla propria professione di fede o mancanza di fede.
Discussioni, litigate, urla, strepiti, tifo da stadio. Pare proprio che tra atei e credenti vi sia un conflitto quando si parla di etica.
Forse è vero in parte, ma possiamo vedere le cose da un'altra prospettiva.

Qualcuno forse si chiederà cosa centra il titolo con l'introduzione. In ambiente "morale", ci troviamo spesso davanti a decisioni difficili, matasse da sbrogliare. E' a quel punto che immaginiamo di dover agire in un certo modo perchè credenti/atei/buddhisti/ecc.ecc.

Muovendoci sul solco della spiritualità cristiana più antica (ma non per questo obsoleta) scopriamo però che non sono queste le vere alternative che abbiamo davanti di fronte ad una determinata scelta.
Certo, siamo abituati agli scontri ideologici, e, ormai assuefatti dai talk show e dai forum/blog sul web in cui imperversano discussioni ideologiche, pensiamo non sia possibile immaginare un modo diverso di visualizzare il mondo.

Eppure.

Per gli antichi padri spirituali (S.Giovanni Crisostomo, Evagrio Pontico, S.Agostino e tanti altri ancora!) era ben chiaro invece che il terreno di scelta non fosse così ben delineato ideologicamente, ma che fosse ben più sfumato.
Al centro del conflitto non vi era una contrapposizione laici/cattolici, bensì una contrapposizione tra la persona che si è legata al Dio che può garantire vita e felicità e la persona che si è legata ad un idolo (dal quale certamente pretende vita e felicità, ma che non può garantire permanentemente).
Perchè questi sono gli affanni tipici di ogni uomo: essere felici, liberi dalle preoccupazioni date dagli altri e dalla più o meno vicina Sora Morte. E sono queste le preoccupazioni che desideriamo allontare grazie ai nostri legami.

Ovviamente, tali legami non sono così evidenti nè per la persona in questione, nè tantomeno per coloro che le stanno vicino.
Per gli antichi però era proprio questo legame fondamentale (maturato per tutta la vita, e stabilizzatosi nell'età matura) che entrava in gioco durante le nostre decisioni: quelle più immediate (che di solito definiamo "spontanee"), e quelle più meditate.
Certo, nelle scelte immediate il legame diviene un po' più evidente, perchè il tempo tra decisione e azione è così limitato che non ci si accorge quasi di aver preso una decisione. Quindi si decide per "abitudine". Ovvero si sceglie come ci si è abituati a scegliere. Com...

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Comments: 0 | Views: 85Last Post by: Sesbassar (31/1/2011, 21:09)
 

B_NORM    
view post Posted on 2/12/2010, 23:59 by: SesbassarQuote
Spesso (purtoppo) parlando con dei ragazzi cattolici, ho notato che essi hanno un'idea della teologia alquanto cupa, secondo la quale la teologia conta solo in quanto ripetitrice delle idee magisteriali.
Vale la pena quindi approfondire (per quanto possibile nelle pagine di un blog) il significato non solo del termine "teologia", ma anche i fondamenti epistemici, e il valore ecclesiale della stessa.

1) Etimologia e riflessione

Dal greco theos (Dio) e logos (discorso, verbo), la teologia si configura etimologicamente come "discorso su Dio". Eppure se fosse tale, sarebbe un termine manchevole: che parole sono adatte ad esprimere l'Inesprimibile? E' possibile utilizzare un linguaggio in modo da "definire" e "comprendere" Dio? La distanza ontologica tra uomo e Dio non rende il tutto molto incerto, fumoso, inarrivabile?
Si può dare una risposta a tali domande partendo dall'esperienza religiosa: la speculazione su Dio quindi partirebbe dal modo in cui si è comunicato all'uomo, dalla Sua ri-velazione. Partendo dalla ri-velazione si contempla certo la conoscenza di Dio (ciò che Dio ha comunicato di se), ma anche la distanza da Lui, in quanto Dio rivelando se stesso, si ri-vela di nuovo, contemporaneamente si svela e si ricopre.
A questo punto la teo-logia è discorso non solo su Dio, ma anche su come Dio si è ri-velato, e quindi intelligenza della rivelazione.

2)Epistemologia teologica

Arduo parlare di Dio quindi. Bisogna aspettare che si riveli personalmente. Che ci parli. Che si mostri. La teologia quindi è intelligenza dell'arbitrio di Dio? Certo che no ovviamente.
La riflessione sul dato di fede è inserita nel discorso che Dio ha iniziato non solo con se stessi, ma con il Suo intero popolo: la Chiesa (intesa in senso etimologico delle persone chiamate da lui, non in senso ecclesiologico). Di sicuro la teologia presuppone che la persona abbia fede in Dio (e quindi sia già entrato in dialogo con Lui), ma è anche più profondamente un compito ecclesiale, in cui il singolo si mette al servizio della comunità e ne esprime il modo di vivere il rapporto con Dio.
Come tutte le scienze anche la teologia deve partire da qualche presupposto, come tutte le scienze ha un metodo, e come tutte le scienze ha il suo campo di studi: la rivelazione.
Non tutti quindi possono fare teologia, ma tutti in una qualche misura sono teologi: starà al singolo teologo riuscire ad esprimere in termini precisi, puntuali, e razionali la fede che la comunità vive.

3) Teologia o ideologia?

Il lavoro dei teologi quindi, in quanto legati alla comunità ecclesiale, viene spesso visto come semplice ripetizione del catechismo. Ciò è alquanto svilente però!
Se la teologia è intelligenza, e quindi speculazione razionale, del dato di fede, allora il compito del teologo non potrà essere semplicemente quello di ripetere, ma sarà casomai quello di ricompre...

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Comments: 1 | Views: 60Last Post by: Sesbassar (20/12/2010, 13:13)
 

B_NORM    
view post Posted on 9/11/2010, 23:46 by: SesbassarQuote
Cos'è il transumanesimo? Per rispondere a questa domanda si può leggere alla voce "transumanesimo" su Wikipedia, oppure leggere il manifesto dei transumanisti.
Si puà riassumere il transumanesimo in una frase, presa in prestito dal manifesto suddetto: "L’idea cardine del transumanesimo può essere riassunta in una formula: è possibile ed auspicabile passare da una fase di evoluzione cieca ad una fase di evoluzione autodiretta consapevole.".
Cosa si intende però per "evoluzione consapevole"?
Sempre il loro manifesto ci viene in aiuto: "Per noi, nietzscheanamente, l’uomo è qualcosa che dev’essere superato: l'uomo può cambiare se stesso ed il mondo, può assumere il proprio destino impugnando la tecnoscienza, invece di rimettersi alla fede e alla provvidenza."

Bene, abbiamo già un'idea di cosa può essere il transumanesimo: un percorso (per lo più ateo/agnostico se non antiteista), che vuole portare l'uomo ad essere del tutto padrone del suo futuro. Niente di più giusto? Niente di più auspicabile? O no?
Il transumanesimo rigetta a prima vista l'eugenetica nazista, come ogni eugenetica, la definisce "una risposta primitiva e brutale", rispetto a ciò che si può raggiungere ora grazie alle tecnoscienze. Ora? Nel futuro?

Ebbene allo stato attuale del sapere non è possibile trascrivere le proprie conoscenze all'interno di un computer, se non facendo come me: ovvero scrivendole attivamente. Ma il trasmettere la propria coscienza all'interno di un chip, o di un qualsiasi supporto tecnologico è lontano dalla nostra possibilità.
E ancora: cosa ci assicura che una volta trasferita, la nostra mente rimarrà la stessa? Cosa ci assicura che continuerà a persistere?

Parlando tempo addietro con un filosofo ateo, egli mi disse (materialisticamente) "noi siamo il nostro corpo". Non esiste altro, niente di eccepibile: è un materialista.
Eppure vi è qualcosa di vero in questa affermazione (che io ritengo eccessivamente escludente per essere del tutto vera): ed è che le nostre strutture cognitive, il nostro modo di pensare, le nostre emozioni, sono condizionate anche da come il nostro corpo è costituito.
A chi non è capitato di guardarsi allo specchio e di pensare: "come vorrei essere perfetto"? Eppure si è ciò che si è anche perchè si è il corpo che si è.
Chi vuole a tutti i costi cambiare se stesso così radicalmente da non riconoscersi più? Chi è soddisfatto del proprio corpo non ne ha motivo. Nonostante i limiti strutturali del nostro corpo, vi sono molte persone che non si pongono nemmeno tale problema (hanno ben altro a cui pensare). Quindi è così vero che il progresso umano passerà attraverso la cyborghizzazione dell'uomo?Read the whole post...
Comments: 4 | Views: 97Last Post by: Sesbassar (27/11/2010, 18:36)
 

B_NORM    
view post Posted on 9/9/2010, 18:35 by: SesbassarQuote
www.zenit.org/rssitalian-21877

http://www.ilsussidiario.net/News/Cultura/...-Pio-XII/75229/

Non è certo notizia fresca, ma è bene rendere noto che la Santa Sede ha reso disponibili pubblicamente i documenti relativi alla sua azione durante il periodo della II Guerra Mondiale.
Sono disponibili su formato .pdf qui.

Speriamo che la lettura di tali documenti possa risolvere alcune questioni pendenti circa il ruolo storico della Curia romana.
Comments: 0 | Views: 29Last Post by: Sesbassar (9/9/2010, 18:35)
 

B_NORM    
view post Posted on 17/5/2010, 12:34 by: SesbassarQuote
Tanti artisti hanno solcato la terra del nostro pianeta. Alcuni hanno raggiunto una fama mondiale in vita, altri hanno dovuto aspettare la morte. Alcuni mecenati lungimiranti hanno finanziato artisti che hanno composto pezzi di storia dell'umanità, lasciandoci dei frammenti incomparabili di grandezza non solo artistica, ma anche spirituale. Come dimenticare che Bach firmava le sue partiture "soli Deo gloria"?
L'arte ha un potenziale espressivo ineguaglibile, se attinge dal deposito di emozioni universali, che appartengono ad ogni uomo e donna che abbia vissuto e che vive. Per la sua capacità di essere a suo modo oggettiva, anche l'arte è una forma di conoscenza della Verità, e del Dio che si propone come la Verità.
Certo, l'oggettività dell'arte non è un'oggettività scientifica, ma chi non prova angoscia osservando (non solo vedendo di sfuggita) l'"Urlo" di Munch?
E' a questo livello che si situa l'oggettività dell'arte, al livello delle emozioni che riesce a suscitare: diverse modalità di espressione per ogni essere umano, ma medesime sensazioni.
Come l'essere umano riesce a rimanere basito di fronte alle meraviglie della natura, che lascerebbero interdetta ogni persona sufficientemente attenta a cosa sta osservando, e come tale natura ha una sua sacramentalità (in quanto segno visibile creato della realtà invisibile increata), anche l'arte ha il suo potenziale sacramentale.
Il popolo ebraico lo aveva ben capito, quando suonava e cantava i suoi inni e salmi al Tempio. Il cristianesimo ha attinto da questa tradizione, e l'ha riproposta a suo modo.
Perchè ha sempre avuto chiaro, anche se forse a livello inconscio, che è il Cristo Cosmico (tanto caro a Teilhard de Chardin, e Raimon Panikkar) a rivelarsi attraverso alla natura creata, perchè mediante Lui (il Verbo divino, il Logos giovanneo) tutte le cose sono state (e sono) create.
Lo stesso sentimento di meraviglia e stupore suscitato da un panorama mozzafiato, è suscitato da un'opera d'arte composta volendo esprimere l'"universale", ciò-che-appartiene-a-tutti-noi, ed è altrettanto intimamente connessa all'aletheia che i filosofi occidentali ricercano incessantemente da più di 2500 anni.
Quanto però stimoliamo i giovani artisti alla ricerca dell'universale? Non è la nostra era talmente individualista da portare l'artista a ricercare soltanto il godimento personale nel compiere la sua opera, piuttosto che la ricerca dentro di sè di ciò che è di, e per, tutti?
Negli istituti d'arte, e nelle accademie viene insegnata l'introspezione? Quella stessa introspezione che ci dà uno sguardo che riesce a penetrare il futile e giungere all'essenziale?
La vera povertà culturale che stiamo attraversando non è una povertà di talento artistico, ma è la povertà della disponibilità a mettere tale talento a disposizione di tutti, per poter far vivere l'e...

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Comments: 0 | Views: 93Last Post by: Sesbassar (17/5/2010, 12:34)
 

B_NORM  
view post Posted on 26/3/2010, 21:29 by: SesbassarQuote
Basta accendere un televisore e sintonizzarsi su un qualsiasi canale che stia trasmettendo un talk-show. Basta questo per rendersi conto che molto spesso le persone che intervengono nel dibattito televisivo hanno una preparazione sull'argomento che si sta trattando pari o inferiore a quella che possiamo avere noi. Molto spesso vengono chiamate persone senza alcuna qualificazione (che non sia la loro assidua presenza in alcuni programmi televisivi) a parlare di temi molto importanti, svilendo i contenuti che spesso meriterebbero tutt'altra trattazione, abbassando il livello del dialogo alla chiacchera da bar. E detto così può sembrare un insulto verso le chiaccherate fatte al bar con gli amici (che invece molto spesso sono più che seriamente argomentate).
Certo, si obietterà, al produttore televisivo non interessa la fondatezza delle opinioni dei partecipanti, interessa lo share. E quindi se il calciatore o il comico (che non hanno competenze specifiche) alzano l'auditel sono da preferirsi allo scienziato, al filosofo, al teologo, che invece hanno anni di studi accademici e di notti spese studiando alle spalle.
Questo è deleterio non solo per il degrado della televisione (che si motiva, astutamente, dicendo che "è quello che vuole il pubblico") che ormai sembra irreversibile, ma anche per il messaggio pedagogicamente insostenibile che tali programmi insinuano nelle nostre menti tele-dipendenti. Questa mancanza di serietà si riflette poi anche nelle discussioni degli svariati forum disseminati su internet, dove si spacciano per veri fatti solo presunti, e si parla con pressapochismo e approssimazioni di temi che invece avrebbero bisogno di anni di studi per poterne venire a capo.
Assuefatti alla tele-ignoranza, anche se ci troviamo di fronte ad una miniera di informazioni come il web non riusciamo a venire a capo delle notizie che rimbalzano da sito a sito e da blog a blog, e creiamo confusione, prestando poca attenzione e spacciando opinioni relative per verità assolute (compreso quello che sto scrivendo).
Quello che manca non è l'informazione: tanto si parla dei telegiornali che non informano abbastanza circa i particolari scottanti della vita privata del premier di turno, o delle condizioni in cui versa l'economia. E spesso ci dimentichiamo che anche quando tali notizie (e altre ancora più preoccupanti) ci vengono proposte, non facciamo altro che ignorarle. Volete mettere con Busi che viene lanciato fuori dall'isola?
Di informazioni ne abbiamo quante ne vogliamo. E' un'altra la nostra mancanza.
Non sappiamo infatti riorganizzare le nostre informazioni, non le sappiamo vagliare: molto più spesso di quanto vorremmo ammettere, le accettiamo acriticamente, le prendiamo per oro colato (solo perchè le ha dette il comico-che-parla-di-politica-a-profusione), e non le verifichiamo (per quanto ci è possibile ovviamente).
Citerò un triste fatto a supporto della mia tesi, che servità a far capir...

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Comments: 0 | Views: 147Last Post by: Sesbassar (26/3/2010, 21:29)
 

B_NORM    
view post Posted on 6/3/2010, 16:12 by: SesbassarQuote
A 9 anni dall’attentato alle Torri Gemelle, i problemi con la religione musulmana non sembrano accennare a diminuire. L'evento tragico dell'11 settembre 2001 ha preoccupato molti, e si è visto con diffidenza a tutto l'Islam, a causa delle frange estremiste. Nei paesi occidentali (e soprattutto nei paesi come Francia, Germania, Italia, in cui gli immigrati di fede musulmana giungono numerosi) si è venuta a verificare un’emergenza integrativa (spesso per la paura post-11 settembre): come affrontare la situazione?

Certo, l’Europa non si definisce più cristiana: spesso l’eredità lasciata dal cristianesimo, nonostante sia culturalmente, socialmente e anche scientificamente, imponente, viene considerata imbarazzante; qualcosa di cui liberarsi al più presto, come un cancro da estirpare.
Eppure l’integrazione degli immigrati musulmani nella nostra Europa scristianizzata passa proprio, paradossalmente, in quella che è la sua radice storica evidente: il cristianesimo.
Hans Kung ha detto: non c’è pace fra le nazioni se non c’è pace fra le religioni, e non c’è pace fra le religioni se non c’è dialogo fra le religioni. Mi sento di condividere pienamente questa affermazione del teologo svizzero.
E’ innegabile infatti quanto la religione cristiana (di ogni denominazione) influenzi ancora l’opinione pubblica: scristianizzati fino al midollo continuiamo a mantenere il matrimonio monogamico nelle nostre legislazioni. Senza contare il peso che hanno le diverse confessioni cristiane in materia di bioetica (indipendentemente da come si consideri questo “peso”, esso esiste).
Insomma pare proprio che se una persona decide di venire ad abitare in Europa non può non fare i conti con una cultura diversa di impronta cristiana: lo shock può essere forte, e portare anche a derive autoghettizanti.
A maggior ragione quindi bisogna puntare tutto su un dialogo, che deve essere innanzitutto “rispetto per l’altrui soggettività” (H. Waldenfels), e che deve verificarsi molto prima di ingenti immigrazioni.
A mio modesto parere il dialogo cristianesimo-islam ha infatti una forte portata sociale: se l’immigrato viene messo a conoscenza della cultura nella quale si sta stabilendo e l’autoctono conosce la cultura di provenienza dell’immigrato, egli fa molta meno fatica ad integrarsi serenamente, e l’autoctono fa molta meno fatica ad apprezzare quelle che altrimenti gli parrebbero solo delle “stranezze”, o peggio “superstizioni”.
La “pace” tra Cristianesimo e Islam, ha pertanto una portata molto più ampia che non la sola portata religiosa: Kung lo rileva con acume, la pace tra religioni aiuta la pace tra le nazioni (e quindi tra le diverse culture rappresentate da e in quelle nazioni).
La Chiesa Cattolica ha capito questo problema più di 40 anni fa: nella dichiarazione Nostra Aetate (n.3) il Concilio Vaticano II afferma che la Chiesa guarda ai Musulmani con “stima”. Il Concilio esorta inoltre a “dimenticare il passato e a esercitare sinceramente ...

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Comments: 0 | Views: 67Last Post by: Sesbassar (6/3/2010, 16:12)
 

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